“Mia figlia è per metà inglese e per metà italiana. Io la invidio perchè ha preso il meglio di due grandissime culture: da una parte ha la creatività, la passione, la vitalità tipiche degli italiani. Dall’altra parte, è puntuale.”

John Peter Sloan io non lo conoscevo. Una comicità all’inglese mi avevano detto, un personaggio diventato famoso grazie a Zelig. Non so cosa mi aspettavo, ma di certo non quello che ho visto.
Prima di tutto lui: che sia inglese non c’è dubbio, lo sai per via dell’accento inconfondibile e purissimo di Birmingham. Però c’è qualcosa che non torna.
Sei lì che ridi dell’attacco – uno sketch sulle mamme inglesi che non vedono l’ora di buttare il figlio fuori di casa appena compie 16 anni – mentre rapito lo guardi disegnare il palco avanti e indietro, sfoderando quel perfetto accento inglese e concedendosi ogni tanto un “it’s unbelievable” o “it really is”… finché, finalmente, capisci: John Peter Sloan è un meridionale mancato.
L’accento inglese non ti frega fino a questo punto: il suo bisogno di comunicare è totale, diabolicamente totalizzante, efficacissimo.
È lui stesso dopo un po’ a svelare l’arcano: tutto iniziò quando il piccolo John Peter si mise a piangere per un giocattolo rotto e lo zio, militare inglese, lo sgridò, perchè “un maschio non piange mai”. Prima che la repressione emotiva britannica potesse avere la meglio su di lui, però, il nonno salvò il piccolo John insegnandogli che un vero uomo, anche se inglese, ha il coraggio di piangere se ne sente il bisogno.
Le ragioni del suo grande amore per l’Italia le capisci a partire da questo aneddoto: il nostro Paese è per lui una specie di terra franca del pianto libero e dell’emozione vissuta, della convivialità goduta e dell’amore per la vita.
Sta forse proprio qui una delle chiavi vincenti di questa comicità originale: il confronto tra cultura italiana e cultura anglosassone fatta da un inglese, da cui è l’inglese a uscire predente. Per una volta, una volta soltanto, non ci troviamo a ridere amaramente dei nostri vizi piccoli e grandi, come molta comicità italiana ci induce a fare, ma ci divertiamo con liberatoria leggerezza delle nostre coloriture, quelle in cui si nasconde il meglio della nostra essenza nazionale. E se è un inglese a dirlo… Per qualche istante ci sentiamo meglio noi, e ci liberiamo di quel certo complesso di inferiorità che ci portiamo dietro.. psicologicamente è un grande sollievo.
Ma non è solo questo: il confronto interculturale ne esce arricchito di spunti illuminanti, ed oltre a ridere di gusto la commozione è in agguato dall’inizio alla fine.
Uno spettacolo estremamente divertente ma anche profondo. Sono uscita toccata. Bravo John Peter.
(Fonte: http://messainscena.blogosfere.it)
